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    "Psicotecnica è l'arte della mente"
     
     
    ANNA O
    (Bertha von Pappenheim)
     
     
    Il caso di Bertha von Pappenheim, solitamente indicata con lo pseudonimo di "Anna O", è probabilmente il più famoso e ripetutamente citato dalla letteratura psicologica del Novecento.
     
    E' infatti a partire dal racconto di questa donna (benché presentato non dal suo punto di vista, bensì nella versione elaborata attraverso il racconto di Josef Breuer e l'interpretazione che ne dà Sigismund Freud) che viene oscurata la tradizione dell'intervento ipnotista-sonnambolico-teraponico, di cui il lavoro con Bertha von Pappenheim rappresenta peraltro un esempio di modesta qualità, per rinominarlo con il nuovo marchio registrato di terapia psicoanalitica.
     
    A parte altre considerazioni, il modo in cui il caso viene trattato è piuttosto interessante, anche per i risvolti che ha nel definire il concetto di psicopatologia e di psicoterapia che affascinerà una parte degli psicologi che operano nel secolo.
     
    Anna O ha infatti finito col rappresentare, nell'agiografia psicologica novecentesca, il prototipo dell'isterica su cui efficacemente interverrebbe la terapia psicoanalitica (ovvero, più in generale, quella psicologico-psicodinamica).
     
     
     
    E indubbiamente il suo può rappresentare un buon esempio del meccanismo attraverso il quale il concetto di isteria (naturalmente: soprattutto, ma non solo, in una donna) è stato utilizzato tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento per inquadrare la condizione femminile (e gli eventuali disagi relativi) nel contesto della malattia mentale e della sua cura medica (invece che in altri possibili scenari, come quello esistenziale, ideologico, politico, filosofico, dei diritti umani, religioso ecc).
     
     
     
    Il ritratto di Berta von Pappenheim (Anna O) con accanto le copertine di due dei molti libri da lei pubblicati: uno nel 1913, l'altro nel 1916.
     
    Per capire meglio il caso di Anna O e la sua rilevanza sociale-culturale, in particolare all'interno dell'ambiente ebraico e delle tensioni che vedono la ridefinizione dei ruoli femminili all'interno di questa società tradizionalista (appena uscita dal ghetto e che si confronta con la modernità dei gentili) varrà la pena di accennare brevemente a un paio di dettagli.
     
     
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    Il nesso tra Anna O e Sigismund Freud è davvero curioso.
    Infatti, benchè questo nome venga abitualmente ricordato come il punto di fondazione della psicoanalisi, in realtà, come ci ricorda la versione molto autorevole di Ernest Jones (biografo ufficiale della psicoanalisi): "Freud si interessò molto al caso di Anna O, di cui venne a conoscenza poco dopo la sua conclusione avvenuta nel giugno 1882".
    Ovvero, in altre parole, Freud non trattò mai direttamente Bertha, mentre la sua esperienza del caso era solo per sentito dire.
    In effetti: gli Studi sull'isteria sono firmati da "Josef Breuer e Altri", mentre Freud ci ebbe ben poco a che fare.
     
    Della Pappenheim, Jones riferisce la versione psicoanalitica ufficiale.
    Comincia dicendo: " Dal dicembre 1980 al giugno 1982 Breuer ebbe in cura quello che è stato riconosciuto come un tipico caso di isterismo, cioè la signorina Anna O."
    E conclude: "La povera malata non andò così bene come si potrebbe desumere in base alla relazione che Breuer ne pubblicò. Subì varie ricadute e fu ricoverata in un istituto di Gross Enzersdorf. Un anno dopo l'interruzione della cura Breuer confidò a Freud che essa era del tutto sconquassata e aggiunse che avrebbe voluto saperla morta purché fosse liberata dalle sue sofferenze."
    Quindi, in una nota piuttosto sibillina, aggiunge: "Siccome il vero scopritore del metodo catartico fu lei, il suo nome merita di essere ricordato".
     
     
    Si veda: Jones E. (1953). Sigmund Freud: Life and work. New York: Basic Books. [Vita e opere di Freud. Milano: Il Saggiatore, 1962].
     
     
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    Alcuni frammenti della realtà storica di Bertha von Pappenheim, nella stesura di Melissa Aubin (Università di Toronto):
     
    "Pappenheim devoted her life to improving the social and economic position of Jewish women and children in Germany and successfully enlisted nationwide and international support for her causes as founder and leader of the Juedischer Frauenbund. (...) In 1890, under the pseudonym of Paul Berthold, Pappenheim expressed her concern for children and the poor in a book of short stories entitled In the Second Hand Shop. Pappenheim committed herself to integrating her new passion for feminism with her concerns for social justice and her identity as a Jew. These interests formed the theme of her 1899 play, "Women's Rights," and spurred her to publish a German translation of Mary Wollstonecraft's A Vindication of the Rights of Women. After a series of jobs as a soup kitchen volunteer, nursery school administrator, and a headmistress of a Frankfort orphanage, Pappenheim published two pamphlets in 1910 that correlated poor educational opportunities with poverty among Jewish girls: "The Jewish problem in Galicia" and "On the Condition of the Jewish Population in Galicia." In 1902, Pappenheim founded the Care for Women Society (Weibliche Fuersorge), designed to place orphans in foster homes, educate mothers in child care, and provide vocational counseling and employment opportunities for women. As a representative of the Care for Women Society, Pappenheim traveled in the Middle East, Europe, and Russia and became greatly concerned with prostitution and white slavery, issues publicized in one of her most widely recognized publications, Sisyphus Work. (...) Along with several other activists, Pappenheim created the Juedischer Frauenbund in 1904, and she alone served as president for twenty years after its inception. The Frauenbund campaigned against the white slave trade, especially in Eastern Europe, and worked to enhance legal protection for women. Pappenheim characterized this aspect of her work as "Sysiphean" because the progress she made in awareness raising often brought about strong resistance from Jewish communities who denied the extent of social problems among their own ranks. Ironically, Pappenheim later witnessed the Nazis use her own reports of white slavery in Jewish circles as anti-Semitic propaganda. The Frauenbund also worked to establish women's equality with men in secular community matters: Pappenheim encouraged women to penetrate the ranks of the highly regulated Gemeinde, the German Jewish community. Career training, a third emphasis of the Frauenbund, was encouraged as a means to financial independence and personal fulfillment for women. (...) In addition to editing and publication of the Frauenbund's periodicals, Pappenheim translated into modern German the Memoirs of Gluekl von Hameln, a distant relative (1910). In 1913 and 1916, respectively, Pappenheim published a play, "Tragic Moments," and several short stories sharing the themes of the status of women in Judaism, anti-Semitism, and assimilationism. Pappenheim criticized Zionism harshly in her writings, considering it divisive to families and neglectful of women's issues."
     
     
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    Forse non è così strano che Bertha von Pappenheim, la fondatrice del femminismo in ambiente ebraico (per usare un'espressione un po' retorica ma piuttosto accreditata) venga ricordata dai più (sprovveduti), particolarmete in certi settori della psicologia, come Anna O ovvero il prototipo della pazza.
     
     
     
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    La realizzazione di questa impresa si sviluppa parallelamente a una lunga pratica di scena, ma anche attraverso il lavoro connesso alla preparazione di alcuni volumi, pubblicati di recente.
    Per avere una possibile spiegazione (?) più ampia e dettagliata di quanto qui accennato, ovvero per trovare un riferimento più preciso per le citazioni qui riportate e per incontrarne molte più di quelle che possono stare qui, puoi vedere:
     
     
       

    STORIA delSOGGETTO
    La formazione mimetica della persona

      THEATRUM PSYCHOTECHNICUM
      L'espressione poetica della persona

      REGIA PSICOTECNICA
      Tattica della Formazione Personale

     
     
    museum.psicotecnica.eu è anche, almeno in parte, un supporto multimediale per tali volumi, che può suggerire in forma visiva quanto lì viene sviluppato in forma teorica più approfondita.
     
     
     
     
     
     
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    Potremmo dire che museum.psicotecnica.eu è un sito in progress, ma non sarebbe esatto.
    museum.psicotecnica.eu non progredisce, ma gira intorno e sviluppa.
    Non pretende di (e non aspira affatto a) essere sempre più aggiornato o più avanzato.
    Per cui: si presume che sia presente, che cambi, che non sia mai completo.
    Come del resto avviene a tutte le persone, a tutte le azioni umane, a tutti i pensieri e agli artefatti (oltre che, naturalmente, a tutti i siti internet).
    Se avete dunque da suggerire qualcosa a questa Psicotecnica e avete voglia di farlo, ve ne ringraziamo anticipatamente.
     
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    La Psicotecnica esiste da molto tempo, ma abbiamo messo su internet il Museum solo dal 20 novembre 2002.
    Da allora, i visitatori di museum.psicotecnica.eu sono stati:
     
     
     
     
     
     
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